Ogni notte (e che notti) Gheddafi è inseguito come Willy il Coyote

Che serata, venerdì sera. Era annunciata da un cartello, nella hall dell’albergo, che invitava la stampa internazionale – “che segue l’aggressione” – a un dinner culturale. Ogni scusa è buona per uscire, così il pullman governativo si è riempito della ventina di giornalisti stranieri presenti, accompagnati da uno stuolo di funzionari. La prima puntata del diario da Tripoli - la seconda puntata - la terza puntata
6 GIU 11
Ultimo aggiornamento: 18:25 | 11 AGO 20
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Tripoli. Che serata, venerdì sera. Era annunciata da un cartello, nella hall dell’albergo, che invitava la stampa internazionale – “che segue l’aggressione” – a un dinner culturale. Ogni scusa è buona per uscire, così il pullman governativo si è riempito della ventina di giornalisti stranieri presenti, accompagnati da uno stuolo di funzionari.

Siamo scesi davanti a una delle tante sale da matrimonio, dove abitualmente si ritrovano, il giorno delle nozze, le sole donne, unici maschi presenti i musicanti e unico maschio tollerato lo sposo, che alla fine della festa entra, preleva la sposa e viene accompagnato all’esterno da un corteo festante. La sala era grande e i sedili bianchi addobbati con un velo di organza viola, trattenuto da un fiocco: sembrava di sedere su una bomboniera. All’ingresso l’organizzatore, una specie di showman della televisione libica, faceva gli onori di casa, e la serata ha avuto inizio con un lungo pezzo di bravura musicale di un quartetto – flauto, tamburo, tamburello e piatti – che ha scatenato nell’autista del pullman la voglia di ballare. Discorso breve e, nella vastità della sala, incomprensibile. Dal tavolo d’onore annuiva la personalità più importante tra i presenti, l’ambasciatore venezuelano, un distinto signore di origini sirolibanesi. E’ stata una cena veloce, insalata con cetrioli – l’Europa è lontana e qui c’è altro da cui guardarsi – cous cous di cammello e frutta. Niente alcol. E ritorno in albergo, il tempo di verificare che la notte aumentano i posti di blocco, ma ci sono botteghe aperte sino a tardi, e le strade non sono deserte.

La mattina ero andato in un centro commerciale, in zona middle class. C’era di tutto, e i prezzi sono aumentati, ma non di molto. Le uniche conseguenze della guerra sono la penuria di benzina – non di diesel, ma qui nessuno badava al risparmio – e il logorio dei nervi per il ronzio incessante degli aerei. Ma tutti sanno bene che è una guerra di nervi con Gheddafi, inseguito dai missili come Willy il Coyote. Il numero delle vittime civili, sbandierato dal portavoce del governo, include anche i volontari andati al fronte, che erano in armi ma restavano dei civili, non professionisti. E, puntuali, nella notte altre esplosioni, ravvicinate e vicine. Molto probabilmente, su Bab Al Aziziya. Ma non tutti gli spari sono di sfida e giubilo, la notte.

Ho saputo di una piccola
manifestazione nel quartiere di Suk al Juma, l’altra notte. Qualcosa che noi chiameremmo una flash mob. Uno dei manifestanti è stato ucciso, e i parenti hanno voluto e imposto fosse sepolto avvolto nella bandiera della Libia ribelle. Detto senza sindrome di Stoccolma: di giorno il regime sembra ancora solido, e conta su una base politica, tribale e sociale evidente. Ma le notti, che notti.